Guerra Gotico-Bizantina

 

La guerra goto-Bizantina fu voluta dall'Imperatore d'Oriente Giustiniano nell'ambito della sua politica volta alla riconquista delle terre occidentali un tempo appartenute all'Impero di Roma.

Questo conflitto durò ben vent'anni. L'attacco mosse da due parti: un corpo penetrato in Dalmazia batteva i Goti a Salona e spiegava verso Ravenna; un altro, il grosso, sbarcava con Belisario in Sicilia (535), se ne impadroniva e già sui primi del 536 occupava Reggio, quindi, con l'aiuto di Bruzzi e Lucani, assediava Napoli. La resa di questa città riscosse i Goti che, deposto l'imbelle Teodato, elessero Vitige, si concentrarono quindi nell'Italia superiore, dopo aver lasciato un presidio di 4000 uomini in Roma, dove Belisario entrò senza soverchia pena, e dove corse a chiudervelo Vitige con 150.000 goti. Quando per opera del greco Giovanni cadde Rimini, Vitige fu costretto a ritirarsi (marzo 538) a Ravenna. Qui le parti si trovarono invertite. Intrighi di corte e le minaccie di Cosroe, re di Persia, indussero Giustiniano a proporre una pace onorevole ai Goti e a richiamare Belisario. Questi, sul punto di raccogliere gli allori della lunga campagna, tergiversò; finse di accettare la corona che i Goti, pur di salvare il regno, gli proponevano e, come fu dentro la città, trasse prigioniero Vitige e i suoi conti, che portò seco, trofeo di guerra, a Costantinopoli. Si chiudeva così nel dicembre del 539 la prima fase della lunga guerra. Partito Belisario i Goti ripresero ardire e, sotto Ildibaldo prima e poi Totila, ricostituirono facilmente contro i Bizantini mal guidati, lo Stato, tanto che l'imperatore rimandò Belisario. Scarse essendo le forze e dissidenti i capitani, Roma a fatica conquistata, fu perduta, e Totila corse l'Italia fino all'estremo Bruzio (546). Belisario allora chiese d'esser esonerato dal comando; egli si ritrasse a vita privata. Esempio insigne di moderazione e di grandezza d'animo in un uomo che conta tra i più grandi capitani dell'antichità. Quando l'impresa parve del tutto fallita, Giustiniano risolse di venirne a capo a tutti i costi. La nuova campagna fu affidata a Narsete, un ricco persiano, eunuco alla corte, già ottantenne, ma pieno di energia. La preparazione fu grandiosa; le forze convennero a Saloni: legioni di Bisanzio, della Tracia, dell'Illiria; confederati Unni, Persiani, Longobardi, Gepidi. A traverso la Liburnia e l'Istria, poi lungo la laguna veneta, l'esercito raggiunse Ravenna. Pensando che Narsete pigliasse la via più interna, Totila aveva mandato Teia con una parte delle forze a Verona; poi, mutato piano, nella primavera seguente (552) risolse di muovere egli stesso da Roma contro Narsete che usciva da Ravenna. L'incontro dei due eserciti, avvenne a Tagina, presso Gubbio; la battaglia fu una sconfitta pei Goti e costò la vita al prode Totila. Roma capitolò con molta strage di cittadini. Teia, il nuovo eletto, (552) con le forze disponibili cercò lungo l'Adriatico di raggiungere Narsete che andava ad assediare Cuma. Alle falde del Vesuvio fu decisa la sorte dei Goti : durò due giorni la battaglia; Teia cadde, trafitto il petto, nel cambiar lo scudo. Qualche giorno dopo i Goti offersero a Narsete di deporre le armi e di uscire d'Italia per raggiungere i fratelli di Spagna.

Con questo evento lo storico Procopio chiude il suo racconto sulla Guerra gotica. Ma Gregorio di Tours, Paolo Diacono e Agazia ci parlano degli sforzi che i Goti sostennero altri due anni, soccorsi dagli Alamanni. In realtà questi scesero con Leutari e Butilino non ad aiutare i Goti, ma a saccheggiare l'Italia. Di ritorno dalla loro scorribanda nel Mezzogiorno, Leutari fu sconfitto sotto Pesaro dal greco Artabane e inseguito fin su per l'alto Adige; Butilino fu disfatto presso il Volturno da Narsete. Pochi Alemanni rividero la patria.