GOVERNO DI MAGGIORDOMI E SUCCESSIONE CAROLINGIA

 

Nel 673 governava l’Austrasia il maggiordomo Pipino d’Herstal con un castello sulla Mosa, signore di vasti beni , mentre nella Neustria, accanto al merovingio Dietrico III era il maggiordomo Ebroino. Scoppia rivalità tra loro; Pipino vinto da Ebroino nel 688, si rifà sette anni dopo sul successore Bertario e , pur salvaguardando il re, assume il titolo di Dux et princeps francorum. A Pipino succedeva nel 714 Carlo Martello che ricompose l’unità nel regno, combattè Svevi, Bavari e Frisoni(722-730) e salvò la Francia dall’invasione mussulmana a Poitiers (732), in una battaglia durata due giorni, in cui gli Arabi di Spagna e il loro emiro Abd- el –Rahaman furono vinti. Quando Carlo Martello morì (741) la Francia era senza un re effettivo, perché Dietrico IV non aveva lasciato eredi, e l’ultimo merovingio Childerico III era inetto al regno. Pipino, figlio di Carlo Martello, si propose di instaurare sul trono la propria famiglia col concorso del pontefice; e ciò perché, possedendo la dinastia dei Merovingi il crisma della divinità, era opportuno sostituirla col medesimo suggello. Attese per farlo che il conflitto tra Longobardi e Pontefice si riaprisse e questi avesse bisogno di lui. Quando sui primi del 751 Astolfo invase l’Esarcato, Pipino rivolse a papa Zaccaria la sua domanda, e Zaccaria rispose consentendo con le parole<< ut melius esset regem vocari qui potestatem haberet, quam illum, qui sine regali potestate manebat>>. Dopo il qual messaggio Pipino depose l’imbelle Childerico e lo relegò in un convento. Con Pipino ha inizio la dinastia carolingia. Dei figli Carlo e Carlomanno, a cui Desiderio sposò le figlie Ermengarda e Gerberga, Carlo, raccolta in suo pugno la Francia intera, in un’epica lotta di 30 anni fece soggette a sé quante genti abitavano tra la Vistola e l’Ebro, il mare del Nord e il Mediterraneo. La gloria del guerriero franco parve degna alla Chiesa d’esser coronata del diadema del  SACRO ROMANO IMPERO

 

 

 

 

LA TESTIMONIANZA

 

 

LA CONVERSIONE DEI FRANCHI:

 

La conversione massiccia dei Franchi seguì quella del loro re Clodoveo, che fu battezzato a Reims nel 508. In questa conversione, che ebbe conseguenze importanti sulla storia d’Europa, svolse un ruolo decisivo san Remigio, vescovo della città.

 

 

Battesimo del re Clodoveo

 

Allora la regina comanda di nascosto al santo Remigio, vescovo della città di Reims, di presentarsi, pregandolo d’introdurre nell’animo del re la parola della vera salute. Giunto presso di lui, il vescovo cominciò con delicatezza a chiedergli che credesse nel Dio vero, creatore del cielo e della terra, che abbandonasse gli idoli, i quali non potevano giovare né a lui né ad altri. Ma Clodoveo rispondeva:<<Io ti ascoltavo volentieri, santissimo padre;ma c’è una cosa, l’esercito, che mi segue in tutto, non ammette di rinunciare ai propri dèi;eppure, egualmente, io vado e parlo loro secondo quanto mi hai detto>>. Trovatosi quindi con i suoi, prima che egli potesse parlare, poiché la potenza di Dio lo aveva preceduto, tutto l’esercito acclamò all’unisono :<<Noi rifiutiamo gli dèi mortali, o re pio,e siamo preparati a seguire il Dio che Remigio predica come mortale>>. E annunziano queste decisioni al vescovo che, pieno di gioia, comandò che fosse preparato il  lavacro.

Le piazze sono ombreggiate di veli dipinti, le chiese sono adornate di drappi bianchi , si prepara il battistero, si spargono profumi, ceri fragranti diffondono aromi particolari e tutto il tempio del battistero è soffuso d’una essenza quasi divina e in quel luogo Dio offrì ai presenti la grazia di sentirsi posti tra i profumi del Paradiso. Allora il re chiede d’essere battezzato per primo dal pontefice. S’avvia al lavacro come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica per sciogliere in un’acqua fresca macchie luride createsi lontane nel tempo. E quando Clodoveo fu entrato nel battesimo, il santo di Dio così disse con parole solenni:<<Piega quieto il tuo capo, o Sicambro;adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato>>. Così il re confessò Dio onnipotente nella Trinità, fu battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e venne segnato con il sacro crisma del segno della croce di Cristo. Del suo esercito, poi, ne vennero battezzati più di tremila.

Gregorio di Tours, Storia dei Franchi, II, 31

 

 

 

 

 

IL SACRO ROMANO IMPERO

Il natale dell’800

Nella basilica di San Pietro, quel giorno, si svolse una solenne cerimonia. Con sorpresa generale, il papa Leone III depose una corona d’oro sul capo di Carlo, che era inginocchiato in preghiera, e lo proclamò imperatore. I guerrieri franchi  acclamarono il nuovo imperatore, mentre in Europa si diffondeva un nuovo messaggio: da quel momento il prestigioso titolo di<<imperatore dei Romani>> non era più una prerogativa riservata al sovrano bizantino. Per la prima volta dalla caduta dell’impero romano, un monarca occidentale acquisiva la ricerca di cui nessun altro goto, longobardo o franco aveva mai osato fregiarsi e che, soprattutto, recava il suggello della consacrazione papale.

Una decisione geniale

Sembra certo che il gesto del papa colse di sorpresa Carlo, e che questi fosse tutt’altro che entusiasta della nomina. L’incoronazione di Natale, infatti, fu una geniale mossa politica del papa.

Leone III, che ancore nel 799 aveva visto mettere in discussione la propria autorità in un tumulto tra fazioni aristocratiche romane, divenne l’artefice del Sacro romano impero, con una procedura che in seguito sarebbe stata necessaria per ogni sovrano che intedesse portarne la corona. Con questo gesto, la posizione di Leone risultava rafforzata sul piano interno rispetto alle fazioni romane; sul piano internazionale, poi, il papa disconosceva di fatto il potere degli imperatori bizantini, così invadenti in materia religiosa ma militarmente assenti, ed esaltava, senza peraltro esservi sottomesso la potenza dei sovrani franchi.

 

IL DECLINO DELL’IMPERO CAROLINGIO

Debolezza del potere centrale

Dopo la morte di Carlo Magno, nell’814, la fragilità dell’impero carolingio si rivelò drammaticamente nell’esplosione di gravissime contese dinastiche. Conseguenze di questa crisi furono l’ulteriore indebolimento del potere centrale e il rafforzamento delle autonomie feudali.