I Vandali
Con il nome di
Wandili era designato in origine un gruppo di popoli della Norvegia e della
Svezia meridionale comprendenti, oltre ai Vandali, anche i Goti e i Burgundi.
Sappiamo che, di queste genti, i Vandali migrarono dapprima verso le foci della
Vistola e quindi (nel I secolo a.C.), sotto la pressione di Rugi e Burgundi, in direzione della
Posnania meridionale. Qui, sottomessi i celti Boi e ricevuto un apporto di
nuovi immigrati - i Silingi dello Seeland -, le varie tribù vandaliche diedero
vita ad una lega di carattere religioso detta dei "Lugi"
(i "compagni").
Alleati di
Roma nella guerra contro i Daci (inizi del II secolo d.C.), i Vandali, furono
costretti dalla migrazione dei Goti e dall’attraversamento della Slesia da
parte delle truppe longobarde dirette alla frontiera romana, a penetrare
nell’Impero e a combattere, a fianco dei Marcomanni, contro Marco Aurelio (167). Una volta
sconfitti, i Vandali Harii o Hasdingi (così detti dal nome della dinastia
dominante) furono stanziati nella valle della Tisza superiore e
costretti a fornire contingenti militari all’Impero. In seguito, questi
Vandali, vinti dai visigoti Thervingi del re Geberic, ottennero dall’imperatore
Costantino (335) di insediarsi come federati sulla riva destra del Danubio. I
Vandali Silingi, insediati invece nella Slesia, presero parte, alla metà del
III secolo, alla sfortunata scorreria dei Burgundi in territorio romano:
battuti sul fiume Lech in Rezia, furono costretti a prestare servizio nella
cavalleria romana. 
I Vandali
erano governati da due re (si pensi ad Ambri e ad Assi, i due sovrani
menzionati da Paolo Diacono nell’episodio dello scontro in Scoringia con i Longobardi) cui erano affidate la
"politica estera", la direzione della guerra e la scelta dei capi. I
re erano considerati anche i mediatori tra il popolo e gli dei: Wotan (Odino),
il cui culto era particolarmente diffuso tra gli Hasdingi, e gli Alci,
una coppia di fratelli divini il cui supremo sacerdote portava delle vesti
femminili. I Vandali si servivano, sicuramente a partire dal III secolo d.C.,
della scrittura runica e praticavano l’incinerazione dei defunti (sostituita
nel IV secolo dall’inumazione). Nei loro corredi funebri (composti da armi,
utensili e vasi, decorati da simboli solari e lunari e, soprattutto, da
svastiche), spicca, sin dal I secolo d.C., la presenza di oggetti di
importazione romana. L’analisi degli scheletri rinvenuti nelle necropoli
sotterranee della Slesia ha permesso inoltre di stabilire che i Silingi si
erano a tal punto frammisti alle genti orientali da perdere le loro caratteristiche
somatiche più tipicamente nordiche. Per quanto riguarda l’economia, va
ricordato che questi Germani praticavano l’allevamento del bestiame e, in
misura minore, l’agricoltura e -dapprima con la mediazione dei celti della Boemia,
poi dei Marcomanni e, infine, trattando direttamente con mercanti romani- il
commercio dell’ambra. I contatti con i Romani indussero i Vandali, che erano
armati di lancia, di giavellotto e di scudi lignei dagli umboni di ferro, ad
adottare, al posto della lunga spatha, un’arma che imitava il gladio
romano: lo scramasax. All’influsso romano va ascritta anche
l’introduzione nella loro società degli schiavi, che, originariamente, erano
ignoti ai Vandali come a tutti i Germani orientali.
All’avvento
degli Unni in Europa (375), i Silingi della
Slesia ebbero la ventura di mantenersi indipendenti dai nuovi arrivati. Invece,
sotto la pressione unna, gli Hasdingi della Pannonia, unitisi agli Alani,
passarono in Rezia dove furono accolti, in qualità di federati, da Stilicone. I
detrattori di questo generale "romano" -che, com’è noto, era figlio
di un ufficiale di cavalleria vandalo dell’imperatore Valente- insinuarono che
il passaggio, nel 406, degli svevi Quadi, dei Vandali Hasdingi e di parte dei
Silingi (quelli rimasti nella Slesia furono in seguito assorbiti dagli Slavi)
in Gallia fosse stato favorito dal "traditore semibarbaro".
In realtà, le armate imperiali di Stilicone si trovavano a quel tempo
alle prese con i Goti di Radagaiso. In ogni caso, l’Impero tentò di
contrastare l’avanzata dei Vandali in Gallia per mezzo dei suoi fedeli alleati Franchi, i quali massacrarono 20
mila Hasdingi e uccisero il loro re Godigisel.
Fu il figlio
di Godigisel, Gunderic, a passare il Reno nei pressi di Magonza e a condurre
l’avanzata di Hasdingi, Silingi, Svevi e Alani alla volta di Treviri, Reims,
Tournai, Amiens, Parigi e, verso sud, in direzione di Tours e di
Bordeaux. Il caos disseminato dai Vandali permise agli Alamanni e ai Burgundi, insediati tra il Taunus e il Neckar,
di penetrare a loro volta in Gallia. Superati i presidi dei Pirenei,
avventatamente affidati dai Romani a truppe barbare (gli Honoriaci)
propense più al saccheggio delle regioni che erano stati chiamati a difendere
che al combattimento, i Vandali conquistarono l’intera penisola iberica ad
eccezione della Tarraconense (409). Riconosciuti federati dell’Impero, gli
Hasdingi si stanziarono allora nella Galizia orientale, gli Svevi in quella occidentale, i
Silingi nella Betica mentre gli Alani –che numericamente erano i più
importanti- presero possesso della Lusitania e della Spagna Cartaginese.
Roma tentò
però a più riprese di riconquistare le sue antiche province servendosi dei
Visigoti: il re dei Silingi
Fredbal,
vinto dal visigoto Wallia, fu quindi inviato come prigioniero alla corte
imperiale di Ravenna e anche il re degli Alani
Addac fu sconfitto e ucciso in battaglia. La rinnovata alleanza tra gli
Hasdingi e gli Alani permise tuttavia a Gunderic di debellare gli Svevi
-alleatisi nel frattempo con l’Impero e miracolosamente salvati dall’armata
romana del comes Asterio- e di sconfiggere il generale romano Castino.
Dopo la caduta (428) di Siviglia, l’ultimo bastione romano in Spagna, il re
Genserico, fratellastro e successore di Gunderic, decise di imbarcare nel 429
a Iulia Traducta i suoi 80.000 sudditi ( 50 mila dei quali erano Vandali)
alla volta dell’Africa.
Sbarcati in
Africa, i Vandali avanzarono quindi in direzione di Hippo regius, dove
si scontrarono con il governatore romano Bonifacio (430) e dove, in seguito, il
re Genserico fissò la sua residenza. La stipula nel 435 di un trattato con
l’Impero romano non impedì loro di espugnare Cartagine, l’ultimo caposaldo
imperiale in Africa (439), e di costruire nel 440 una flotta con la quale saccheggiarono
la Sicilia e le coste spagnole. A questo punto l’imperatore Valentiniano
ritenne opportuno concedere ai Vandali, che nel 435 erano stati riconosciuti
federati di Roma, la piena sovranità sui loro domini africani. Ma alla morte di
Valentiniano, un nuovo attrito con i Romani, indusse Genserico a infliggere,
con il saccheggio dell’Urbe (455), una dura umiliazione all’Impero.
Il regno fondato in Africa da Genserico – un sovrano animato dalle velleità (lo dimostrano gli accordi con Attila) di estendere il proprio dominio su tutto l’Impero romano- crollò, nel , sotto i colpi delle armate di Giustiniano. Il dominio vandalico fu particolarmente cruento e fu contrassegnato dalla metodica persecuzione (ispirata a quanto pare dai vescovi ariani dell’Africa) del clero cattolico.
Schmidt L(udwig), Histoire des Vandales (orig. 1902), Payot, Paris 1953
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Il generale Silicone, di origine vandala |
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I Vandali a Roma I vandali guidati da Genserico – ormai
padroni di buona parte dell’Africa romana – si spinsero in Sicilia, Sardegna,
Corsica e persino a Roma, occupandola. Gettate le ancore alla foce del
Tevere, il re vandali raggiunse la città il 2 giugno del 455, abbandonandola
per bel quattordici giorni al saccheggio delle sue truppe germaniche e
africane. Quando Genserico ripartì – racconta lo storico Procopio di Cesarea
– le sue navi erano cariche di tesori immensi: metalli preziosi, opere d’arte
e schiavi. Anche la moglie e le figlie dell’imperatore Valentiniano furono
deportate. Per nessun altro motivo che per la speranza di ricavarne grandi ricchezze, Genserico salpò per l’Italia con una potente flotta. Giunto a Roma, senza che nessuno glielo impedisse, si insediò nel palazzo reale. Massimo cercò di fuggire, ma i cittadini gli lanciarono delle pietre e lo uccisero; poi gli mozzarono il capo e ne fecero a pezzi tutte le membra del corpo, dividendole tra loro. Genserico prese prigioniere allora Eudossia e le
due figlie che essa aveva avuto da Valentiniano, Eudocia e Placidia, e
caricata sulla nave una grande quantità d’oro e di altri tesori imperiali,
fece vela per Cartagine, senza trascurare né il bronzo né qualunque altra
cosa di valore che vi fosse nella reggia. Spogliò anche il tempio di Giove Capitolino
e si portò via metà del tetto, che era fatto di bronzo della miglior qualità
e per di più rivestito di uno spesso strato d’oro, tanto da presentarsi alla
vista come qualcosa di veramente stupendo e prezioso. Invero, una delle navi di Genserico, che
trasportava statue, si dice abbia fatto naufragio, ma con tutte le altre i
Vandali raggiunsero il porto di Cartagine. Genserico fece sposare Eudocia a suo figlio
maggiore Onorico; l’altra giovane, invece, che era già sposata ad Oliario, un
noto membro del senato romano, la mandò a Bisanzio, insieme con la madre
Eudossia, su richiesta dell’imperatore. Procopio, Le guerre, III,
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