Da: E. A. Thompson, "Storia di Attila e degli Unni"
"Animali selvaggi",
"bestie a due zampe", "semi-uomini che mangiano i loro
vecchi", "bevono il sangue" e "si nutrono
della carne scaldata sotto le selle dei loro cavalli": così furono definiti
gli Unni, nomadi di stirpe turco-
mongolica giunti
nel 376 sulle rive del fiume Danubio. Non si deve credere che questi
feroci cavalieri armati di archi di corno, di frecce d’osso, di lacci e di reti
costituissero un’armata sterminata. Si deve piuttosto pensare ad una miriade di
minuscole bande pronte tanto a coalizzarsi quanto a combattersi da campi
avversi. Solo la frammentazione del popolo unno può infatti spiegare come
mai, dopo aver sottomesso gli Alani, alcuni di questi
arcieri a cavallo abbiano mosso guerra agli Ostrogoti, mentre altri si siano
schierati al fianco del loro re Vithimer o come mai, a distanza di pochi mesi,
gli Unni abbiano dapprima sconfitto e poi aiutato (battaglia di Adrianopoli, 378)
i Visigoti di Atanarico. La complessità dei loro rapporti con i Goti è
inferiore solo all’ambiguità delle relazioni degli
Unni con Roma: scorrerie, compromessi e relazioni amichevoli si susseguono e
si alternano con una rapidità tale da confondersi. Accade così che gli Unni
prima saccheggino Impero e poi si pongano al servizio dell’imperatore Teodosio
(contro l’usurpatore Massimo, 388) o si schierino al fianco dei magistri
militum Stilicone e Olimpio (contro i Visigoti, 405, 409), Bauto (contro
gli Iutungi, ) ed Ezio (contro i ribelli Bagaudi, xxx, e i Burgundi, 437). Ma
al tempo stesso, il loro re Rua estorce agli imperatori il libero accesso ai
mercati romani - da cui gli Unni dipendevano per le armi, le granaglie e gli
indumenti - e impone un tributo di 350 soldi aurei, portati ben presto dal suo
nipote e successore Attila prima a 700, poi a 2100 e infine a 6000. La
politica che il nuovo re, - un uomo tarchiato, di bassa statura, con gli occhi
incassati, il naso schiacciato e una rada barbetta -, persegue nei confronti
dell’Impero è senza dubbio fondata sul ricatto: una politica cui i Romani, ben
consci che una loro spedizione contro i nomadi delle steppe non avrebbe
portato, a fronte di spese e perdite enormi, a nessun risultato concreto e che,
alle spalle delle loro armate, vivevano genti che non erano più ostili verso
gli Unni di quanto lo fossero verso i propri eserciti, non possono che
accettare.
La potenza di Attila si fondava dunque
sul rispetto di delicati equilibri: sulla fedeltà - comprata con oro, doni e
denari - dei suoi luogotenenti, noti dalle fonti con il nome greco di "logades";
sul favore dei capitribù germanici suoi vassalli che poterono consolidare la
propria posizione, sancita da Attila, a scapito dell’individualismo dei loro
sudditi; sull’appoggio dei ceti mercantili dell’Impero d’Oriente (politicamente
parlando: i "verdi") che trovavano estremamente vantaggiosa la
presenza, aldilà del confine, di uno stato unno esteso dal Reno al Mar Caspio
e, infine, sul favore di molti viri potentes dell’Occidente, che - come
Ezio, il campione dell’aristocrazia terriera -, furono amici degli Unni almeno
finché non videro intaccati i loro interessi, vale a dire fino alla vigilia
della campagna di Attila in Gallia. Al tempo stesso, la politica di ricatto nei
confronti dell’Impero d’Oriente fruttò (448) al re unno, che, nel frattempo,
aveva distrutto Viminacium (Kostolac), Margo, Singidunum
(Belgrado), Naissus (Nis>), Sardica (Sofia) e Arcadiopoli,
la conquista di un territorio a sud del Danubio profondo cinque giorni di
viaggio (100-120 miglia). Nel 451, invocato dai Bagaudi in lotta con i
latifondisti gallo-romani e istigato dal vandalo Genserico da sempre desideroso
di annientare i Visigoti, Attila si volse poi a Occidente. Con il pretesto di
intervenire in qualità di "custode dell’amicizia romana"
contro i Visigoti, il re unno ambiva infatti a sposare Onoria, sorella di
Valentiniano III, per impadronirsi della metà dell’Impero e sostituirsi ad
Ezio nel controllo della Pars Occidentis. Il suo piano fallì invece
miseramente: l’esercito unno formato da Rugi, Gepidi, Sciri, Turingi e
Ostrogoti venne sconfitto, a qualche miglio dall’odierna Troyes nei Campi Catalauni (Champagne) (vedi La testimonianza), dalle armate
che Ezio, dando sfoggio di una straordinaria abilità diplomatica, potè
reclutare tra i Visigoti, i Franchi, i Sassoni, i Burgundi, i contadini
Bagaudi e gli
invero malfidi Alani. Fu solo in prospettiva di servirsi ancora degli Unni per
tenere a freno i Visigoti che Ezio non volle annientare le forze di Attila. Il
re non rinunciò però del tutto alle sue mire in Occidente: nel 452 scese
nell’Italia settentrionale e distrusse Aquileia, Concordia, Altino, Padova,
Vicenza, Verona, Brescia e Bergamo. La carestia che a quel tempo affligeva il
paese -più che la celeberrima ambasceria guidata da papa Leone, dall’ex
prefetto Trigezio e dall’ex console Gennadio Alieno -, lo dissuase tuttavia a
continuare la sua spedizione. Una pericolosa minaccia si profilava intanto per
il suo dominio in Oriente: a Teodosio II, fautore dei "verdi",
succedette l’imperatore Marciano, che, in ossequio all’aristocrazia
latifondista degli "azzurri" penalizzata dalle scorrerie di Attila,
decretò la chiusura dei mercati romani da cui dipendeva la sussistenza degli
Unni. La politica bizantina finalizzata all’istigazione dei Germani alla
rivolta sortì come effetto il tramonto della potenza unna: dopo la morte di
Attila, gli Unni, disfatti dapprima sul fiume Nedao da una coalizione germanica
(di Sciri, Rugi, Svevi ed Eruli) capeggiata dal re dei Gepidi Ardaric, e poi dagli
Ostrogoti, ribellatisi da soli e per primi al loro dominio, finirono con
insediarsi nelle fortezze di confine dell’Impero d’Oriente o furono annientati
dalle armate imperiali o si arruolarono negli eserciti d’Occidente o furono
assoggettati dai nomadi Uguri e Onoguri, Sabiri e Avari. Il popolo
unno ripiombò quindi nel caos e nell’anarchia e la steppa tornò a ripullularsi
di signori arroganti, litigiosi tra loro, a volte in lotta, a volte al servizio
dell’Impero. Tra questi vanno ricordati almeno due ex-"logades"
di Attila: il romano di Pannonia Oreste (il padre di Romolo Augustolo) e
l’unno Edeco (il padre di Odoacre) che si segnalò per la sua ferocia nella
lotta contro gli Ostrogoti. La funesta inimicizia tra Odoacre e il re ostrogoto
Teodorico aveva dunque radici lontane...
Thompson E. A., Storia
di Attila e degli Unni, (trad. it. A History of Attila and the Huns, London 1948), Sansoni, Firenze 1963