
I Franchi,
comparsi per la prima volta all'epoca dell'imperatore Gallieno che li respinse
(nel 257 d. C. circa) sulla riva destra del Reno, erano una confederazione,
relativamente recente di popoli derivati dagli antichi Camavi, Brutteri, Ampsivari o Ansivari,, Attuari,
Tubanti, Tencteri, Usipeti,, Catti. La confederazione si divise in due
gruppi
tribali ben distinti: i Franchi Sali, stanziati sull'Jssel, e i Franchi
Ripuari, insediati sulla riva destra del Reno, tra l'Jssel e la Lahn. Secondo
le fonti romane, questi barbari, audaci predoni, attraversarono per ben due
volte la Gallia (258‑ 259, 276) devastandola e saccheggiandola, come
testimonia il seppellimento di tesori
romani. Sotto Postumo (259‑268), alcuni di essi entrarono a far parte
dell'esercito romano come ausiliari. Nel IV sec. altri giunsero a elevati posti
di comando (Arbogaste, Bonito, Silvano). Dopo una campagna dell’imperatore
Massimiano (288), il loro re Gennobaudo riconobbe la sovranità di Roma, cui
fornì, soldati e coloni, dando così l'avvio a una alleanza poi estesa alle
diverso popolazioni franche che, sconfitte dai Romani, venivano “federate"
all'Impero e si impegnavano a sorvegliarne e a difenderne le zone di frontiera
a contatto con il limes. D'altra parte, con l'indebolimento dell'esercito
romano e il conseguente accrescersi della loro indipendenza, i Franchi
cominciarono a penetrare nei territori dell'Impero, alla ricerca di terre più
fertili: i Sali, insediati da Costanzo Cloro (293‑306) nell'isola dei Batavi (tra la Mosa, il Lek e il
Waal) ottennero da Giuliano l'Apostata il riconoscimento del loro stanziamento
nella Toxandria (Campine), mentre i Ripuari, dopo essere stati respinti dallo
stesso imperatore, furono incaricati di difendere la riva destra del Reno, tra
la Ruhr e il Meno. All’ epoca delle invasioni degli Alani e dei Vandali
(inizi V sec.), i Franchi federati vennero meno all'impegno di limitarsi ai
territori circondanti il Reno: i Ripuari, ricacciati da Ezio si insediarono,
dopo la sua morte (454), nella valle della Mosella , mentre i Sali, guidati da
Clodione, capostipite dei Merovingi, dopo aver occupato nel 440 circa, la
Belgica (Schelda superiore), fondarono
il regno di Cambrai. Seguì un breve periodo di relativa pace durante il quale
il merovingio Childerico I(457‑481),
re dei Sali del Tournai, tomò a federarsi con i Romani sottomettendosi al
generale Egidio; dopo la caduta dell'Impero d'Occidente (476), 1 Sali
conquistarono piena indipendenza sotto Clodoveo I(481‑511), figlio di
Childerico, che sconfisse e fece giustiziare Siagrio, figlio e successore di Egidio (486), unificò le
popolazioni franche sotto l’egemonia dei Sali del Tournai e conquistò la Gallia
del Nord. Con Clodoveo i Franchi si rivolsero a sud,, occupando successivamente
i territori dell'Alta Normandia, della Piccardia e della Champagne odierne.
Ambedue i ceppi franchi si fusero ben presto con la popolazione gallo‑romana
del luogo che, pur superiore numericamente adottò il loro nome. I Ripuari,
invece, continuamente rafforzati dalle popolazioni barbare della Germania con
cui avevano mantenuto stretti rapporti, colonizzarono nei sec.VI e VII la riva
sinistra del Reno, raggiungendo la regione della Fiandra (l'attuale confine tra
le lingue latina e germanica), che aveva subito un grave, spopolamento dopo la
partenza dei Sali. Solo nell' VIII sec. vennero in contatto con la civiltà
dell'Occidente cristiano, assimilandola. Mentre il nome dei Franchi Ripuari
rimase alla Franconia, quello dei Franchi Sali passò, con Clodoveo, all'intera
Gallia.
CULTURA FRANCA:
I Franchi erano di statura alta, colorito chiaro e capelli biondi; il loro abbigliamento era costituito da brache di lino o di pelle (come raccontano i cronisti dell'alto medioevo), il livello economico era basso, date le rudimentali conoscenze tecniche e agricole, particolarmente abili nella fabbricazione delle armi, non dimostrarono però uguale perizia nei lavori di oreficeria, come si può rilevare dai reperti della tomba di Childerico. Il loro sistema giuridico si basava sulla legge salica (redatta dal 500 circa) e sulla legge riparia (del 545 circa) e comprendeva i consueti istituti dei popoli germanici (guidrigildo).
Assemblee di guerrieri (campi di marzo) venivano convocate annualmente per l'elezione del re e per altri importanti decisioni che riguardavano le tribù e che richiedevano la adesione esplicita di tutti i componenti; questa adesione si manifestava attraverso il giuramento di fedeltà ai capi. I Franchi erano soprattutto soldati di fanteria, non portavano né elmo né corazza, le loro armi erano soprattutto la scramasaxe (una sorte di corto gladio), la Francesca, l’angone. Solo i capi andavano a cavallo e portavano la spata (spada lunga). Diversamente dagli altri federati di 'Roma e nonostante la conversione di Clodoveo, che per altro ebbe scarso esito, i Franchi rimasero a lungo pagani e solo nell' VIII sec. i Franchi della riva destra del Reno cessarono di perseguitare í missionari e aderirono alla religione cristiana. Praticando con une certa frequenza, a differenza dei Romani e dei Goti, matrimoni misti, i Franchi si assimilarono ben presto alla popolazione gallo‑romana, evitando così i contrasti che caratterizzarono gli altri regni romano‑ barbarici sorti sulle rovine dell'Impero.
CARLO MAGNO O CARLO
I IL GRANDE,
Carlo Magno o Carlo I il Grande, (2 aprile 742 Aquisgrana, 28 gennaio 814), re dei Franchi (768-800) e imperatore d’Occidente (800-814), primogenito di Pipino il Breve e di Berta, figlia di Cariberto, conte di Laon. Re col fratello Carlomanno alla morte del padre (24 settembre 768), ricevette, in base alla spartizione da Pipino stesso prestabilita, un complesso territoriale(parte della Neustria, dell’Austrasia e dell’Aquitania) che si estendeva ad arco intorno a quello, più compatto, toccato all’altro fratello. Presto mancò l’intesa tra i due, ma Carlomanno morì il 4 dicembre 771 e Carlo non trovò difficoltà ad appropriarsi il suo regno. Si volse poi alla conquista del Regno longobardo, che minacciava lo Stato Pontificio e si opponeva all’espansione franca, e del cui sovrano, Desiderio, Carlo aveva, in ossequio alla volontà di Berta, sposato(770), e poi di propria volontà ripudiato (771), la figlia Ermengarda, sorella della moglie di Carlomanno, Gerberga. Nel 773 invase la Longobardia, dove si erano rifugiate Gerberga coi figli ed Ermengarda, catturando la cognata e i nipoti a Verona (774)e costringendo poi Desiderio a capitolare in Pavia, dove, il 5 giugno 774, assunse il titolo di re dei Longobardi. Dell’Italia franca fece una specie di vicereame, che nel 781 assegnò al figlio Pipino, di 5 anni; mentre lasciò praticamente indipendente il ducato vassallo di Benevento, che concepì come Stato –cuscinetto tra i propri possedimenti e quelli di Bisanzio. In quanto ai rapporti con la Chiesa, proclamato patrizio romano nel 774, confermò in quello stesso anno la cosiddetta donazione di Pipino. Ciò non di meno il complesso dello Stato franco rimaneva fragile: palesi le difficoltà di assimilazione della Aquitania, nonostante la vittoriosa spedizione del 769; ribelle il duca di Baviera, Tassilone. Sicché, nel 781, Carlo creò un regno di Aquitania per il figlio Ludovico, offrendo in tal modo una modesta soddisfazione alle suscettibilità regionali; e in quanto a Tassilone, dopo averlo costretto a riconoscere di nuovo la sovranità franca, lo fece arrestare e internare in un monastero, spossessandolo del tutto (788). Rimanevano i Sassoni la sua più grande preoccupazione, contro i quali combatteva dal 772, e che impiegò più di 30 anni a sottomettere. Tentò dapprima, a tal fine di assecondare l’opera missionaria, ma non tardò a intendere la necessità di una metodica conquista del paese non disgiunta dagli sforzi di conversione. E furono campagne dure e sanguinose, inframmezzate da gravi sconfitte, come quella subita ai piedi dei Sùntelbirge nel 782;campagne in cui alla lotta senza quartiere dei Sassoni sotto la guida di Vitichindo, che si sarebbe poi arreso nel 785, Carlo rispose spesso col terrore:massacro, presso Verdeen sull’Aller , di 4.500 prigionieri (772), deportazioni in massa tra il 799 e l’804. Nel 799, appunto, annetté la Sassonia al Regno franco, e nell’804 sottomise i popoli al di là dell’Elba. Nel frattempo, dopo la resa di Vitichindo (785), aveva ridotto la Frisia a provincia, ed era entrato in guerra con gli Avari, che occupavano la Pannonia e del cui Khaghan aveva espugnato il campo fortificato (ring) nel 791; e nuove campagne condusse contro di essi, finchè il Khaghan, convertitosi al cattolicesimo, si pose sotto la sua protezione(805).
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Reliquiario
del braccio dell'imperatore Carlo Magno
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Diversa la politica relativa alla sicurezza dei confini meridionali. Per molto tempo Carlo aspirò a fare della Spagna uno Stato subordinato, e fin dal 778 aveva tentato di sostenere la rivolta del governatore di Barcellona contro ‘Abd al-Rahman I: un insuccesso, tristemente illustrato dal massacro della retroguardia a Roncisvalle (dove trovò la morte il paladino Orlando). Da allora rinunciò alla vera e propria conquista e, dal 785, si accontentò di progredire lentamente in Catalogna, occupandone l’una dopo l’altra le piazzeforti (Gerona, 785;Barcellona, 801;Tortosa, 811), e di costituire a sud dei Pirenei una marca di confine lunga 150 km e destinata a proteggere lo Stato franco contro la minaccia musulmana. E una marca creò anche a ovest:quella di Bretannia (789-790), che affidò al figlio Carlo il Giovane e dove, tuttavia, fu costretto a compiere numerose quanto vane spedizioni per tentare di domare i Bretoni ribelli. Né trascurò i confini marittimi, affrettandosi a organizzare la difesa delle coste atlantiche e mediterranee.
Agli albori del
IX sec.lo Stato franco era pertanto divenuto un vasto impero, le cui frontiere
andavano metodicamente consolidandosi e il cui centro di gravità si era
spostato verso est, sicché Carlo non tardò a stabilirsi ad Aquisgrana. E a
questo re franco, ormai arbitro dell’Occidente, si rivolse, nel799, il Papa
Leone III, perché lo soccorresse contro i suoi nemici. A Costantinopoli il
potere era allora nelle mani di una donna , l’imperatrice Irene, che aveva da
poco spodestato il figlio, Costantino VI; e giova ricordare che contro il culto
delle immagini, da Irene fatto ristabilire nel concilio di Nicea, si era
pronunciata la chiesa franca; che nei libri carolini (789-791) Carlo aveva
contestato il diritto di Costantino VI di proclamarsi erede dell’impero romano;
e , infine, che alla notizia dell’usurpazione perpetrata da Irene il clero
franco si era dichiarato contrario a che le sorti di un impero dipendessero
dalla pochezza politica di una donna. A Carlo, dunque, venne affidato il
compito di garantire la difesa della chiesa e il diritto di occupare il trono
imperiale. Il giorno di Natale dell’ anno 800, in San Pietro, a Roma, il re dei
franchi ricevette dalle mani del pontefice la corona imperiale e fu acclamato
dal popolo romano:”a Carlo, augusto, incoronato da Dio, grande e pacifico
imperatore dei Romani, vita e vittoria!”. Subito - esitante com’era a rompere
con l’Impero d’Oriente- il neoimperatore iniziò i negoziati con Costantinopoli,
che vedeva in lui un usurpatore e che per altro mirava , forse, a un matrimonio
tra Irene e il nuovo”imperatore governante l’Impero romano”; e li proseguì con
Niceforo, che aveva detronizzato Irene(802) e col quale, tra l’803 e l’810,
definì le zone d’influenza dei rispettivi imperi in Italia:Venezia, l’Istria,
la costa Dalmata e l’Italia meridionale nell’orbita bizantina; Roma, Ravenna e
la Pentapoli nell’orbita occidentale. Ma prima dell’accordo le trattative avevano
subito un’interruzione, che alla richiesta di Carlo relativa a una linea di
confine che assegnasse all’Impero d’Occidente i territori veneziani, istriani e
dalmati, Niceforo aveva opposto un rifiuto netto, e ne era seguito un conflitto
navale in cui la strategia dei veneziani aveva avuto ragione di quella di
Pipino. Di qui la rinuncia di Carlo ai suddetti territori ,con relativa offerta di pace . Ed ecco nell’812,
ad Aquisgrana, gli inviati del successore di Niceforo, Michele, salutare
l’imperatore d’Occidente col titolo di basileus. 
Grande conquistatore, molte volte guidato dagli eventi più che da una vera e propria visione d’insieme, Carlo tentò di organizzare le proprie conquiste. In quel suo immenso Impero, dove alcune regioni, come l’Aquitania, la Longobardia, la Baviera, serbavano una relativa autonomia, conservò le istituzioni franche. Il conte, posto dal sovrano a capo di ogni pagus, aveva poteri assai estesi, tanto amministrativi quanto militari, ed era consigliato, o sorvegliato, dal vescovo e dall’abate di taluni grandi monasteri, i quali promulgavano e applicavano, d’intesa con lui, i capitolari, ossia le ordinanze (divise in capitoli) emanate dal “palazzo”; i vassi dominici guidavano in guerra gli uomini che dipendevano da loro; i missi dominici (di solito in due, un laico e un ecclesiastico) compivano, una o più volte l’anno, inchieste e ispezioni varie. Questi notabili assistevano tre volte l’anno all’assemblea generale, durante la quale l’imperatore prendeva o, comunque, credeva di prendere contatto col popolo o con gli agenti del potere: in realtà al “palazzo” confluivano tutte le istanze e domande, dal “palazzo”, ossia dall’imperatore, partivano tutte le istruzioni. Agli ordini orali Carlo tentò di sostituire testi scritti, i più importanti dei quali erano appunto i capitolari, che testimoniavano della volontà sua di unificare l’Impero e di ottenere dovunque ubbidienza. Ciò nonostante, l’anarchia restava grande: e uno sforzo grandissimo fu fatto da Carlo per provocare il risveglio degli studi e una rinascita della civiltà antica. A tal fine si rivolse all’inglese Alcuino, maestro della scuola di York, che introdusse nell’Impero l’insegnamento delle arti belle e al quale venne affidata la direzione di quel centro di rinnovamento culturale che fu la Schola palatina, dove si formavano i futuri servitori della Stato, laici o chierici che fossero; si rivolse agli italiani Paolo Diacono, Pietro di Pisa (che gli fu maestro di grammatica latina), Paolino di Aquileia e allo spagnolo Teodulfo. Così venne ripristinato il latino, mentre nei monasteri si ricopiavano manoscritti antichi e sacri, e le biblioteche si facevano più ricche. Anche lo studio della teologia e dei testi sacri ricevette nuovo impulso, e appunto all’insegnamento della teologia Carlo spronava i vescovi nella sua Admonitio generalis, dal 789. Da sottolineare che per Carlo questa rinascita culturale era intimamente legata allo sviluppo religioso; e che, da vero padrone della Chiesa, egli intervenne incontestato nelle nomine dei vescovi, riformò la gerarchia ecclesiastica, partecipò spesso alle discussioni teologiche o liturgiche. Il fatto è che nel cristianesimo egli vedeva il vincolo più sicuro tra le varie parti del suo Impero. Aveva previsto, nell’806, una spartizione dei suoi Stati fra i tre figli: Carlo, Pipino e Ludovico; ma nell’813, già morti i primi due, incoronò il terzo. Saldissima pareva, alla morte del grande conquistatore, l’unità dell’Impero; e invece non gli sopravvisse a lungo.
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