L’economia barbara

 

 

I barbari erano popolazioni nomadi: la loro economia era basata sulla caccia e la raccolta, anche se l’agricoltura e l’allevamento – principalmente di cavalli – stavano prendendo importanza. Comunque,  prima che questi popoli diventassero sedentari la loro vita era concentrata sul fabbisogno della famiglia: chi produceva era anche consumatore, i pochi mercanti erano stranieri e importavano solo generi di lusso che barattavano a caro prezzo,  l’importazione e l’esportazione con i paesi limitrofi erano rare, non si pagavano le tasse (vedi testimonianza)

Gli spostamenti delle popolazioni barbariche erano facilitati dalla possibilità di trovare terre sempre fertili e  dalla velocità di ricostruire i villaggi in un nuovo insediamento (le capanne erano costruite con pelli di animali). Il villaggio e le terre agricole erano  di solito situati al centro del territorio occupato, circondati da difese naturali. Ai confini del villaggio c’erano delle zone boschive, chiamate anche ALLMENDE, che servivano per il rifornimento di legna e la caccia. Essendo queste zone in comune con altri popoli, con l’aumento della popolazione nacquero dei contrasti di carattere politico/economico. Spesso i popoli in conflitto, ottenuta la pace, si coalizzavano in un unico grande villaggio. L’economia cambia: ai tempi di Cesare abbiamo l’insediamento e la pratica dell’agricoltura stabile e l’uso delle prime monete, che stavano sostituendo il baratto. Tuttavia questa situazione di stabilità non durò a lungo: l’eccesso di popolazione costrinse le popolazioni più numerose a emigrare attaccando i confini dell’Impero romano. Con il 250 d.C. l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna e altri territori  vennero assediati prima dai Goti, poi gli Alemanni, i Burgundi, i Franchi e i Longobardi.

I Longobardi portarono nella cultura romana i loro dei, i loro costumi e alcune parole della loro lingua ( alcune in uso ancora oggi nelle lingue italiana, tedesca,  francese). Vediamo adesso alcuni aspetti particolari dell’economia Longobarda dopo l’invasione dell’Italia.

 

 

L’ECONOMIA DEI LONGOBARDI

 

Una densità demografica bassissima (un documento attesta la presenza di 63 contadini in un appezzamento che comprende 1400 e una selva in cui pascolano 7000 maiali), terre in stato di abbandono, pestilenze, devastazioni, abusi e prepotenze padronali su cui tacciono i codici delle leggi: ecco il quadro dell’economia agricola italiana al tempo dei Longobardi.

A quei tempi la proprietà terriera era concentrata nelle mani di due gruppi: i grandi guerrieri e i monaci delle abbazie. Né gli uni né gli altri coltivavano la terra e quindi, in assenza di manodopera schiavile  (sempre più rara), i campi erano concessi in usufrutto ai semiliberi per un periodo di 29 anni: si evitava in questo modo  il sopravvenire della prescrizione trentennale. Il patto tra proprietario e colono prendeva il nome di “livello”(libellus era detta la lettera con cui il primo pregava il secondo di concedergli la terra) e dal pregare che si faceva il contratto veniva chiamato “precaria”. Oltre a versare all’atto del contratto, in natura o in denaro, il prezzo della concessione (launegild), il “livellario” era tenuto a corrispondere ogni anno vari canoni ( census) e vari “donativi” e, come se ciò non bastasse, era sottoposto anche a prestazioni d’opera gratuite dette” angaria”.

 

Il dominio rurale, signorile o monastico che fosse, comprendeva uno o più latifondi detti “corti” (curtes, dal latino) e ogni curtis comprendeva a sua volta più campi chiamati “mansi”. Il centro di raccolta della produzione dei mansi era costituito dalla corte in cui risiedeva il signore (la “curtis dominicata”) e non c’è dubbio che tale sistema e economico, detto curtense, fosse in generale bastante a se stesso. Ai bisogni  della vita quotidiana si provvedeva infatti con il baratto che  rappresentava l’unica forma di scambio tra ceti dominati. Si ha tuttavia motivo di supporre che, se pur in forma ridotta, esistesse, almeno per le classi dominanti, un’economia fondata sui commerci.

Le leggi di re Astolfo ricordano infatti la presenza di mercanti (negatiores) liberi che provvedevano a soddisfare le esigenze dei signori longobardi e le necessità liturgiche delle chiese. Quel che è certo a tale proposito è che, ai confini del regno longobardo, esistevano delle chiuse (a oriente Zuglio, Aquileia, Cividale) in cui i negozianti erano tenuti al pagamento dei dazi.

Per quel che concerne il territorio, sappiamo che le “fare”(unioni di famiglie) o le “arimannie” (colonie militari) disponevano di appezzamenti privati sia di terre comuni perlopiù destinate al pascolo. In questi pascoli comuni e nelle terre “pubbliche” incamerate dal re ma neglette o abbandonate perché marginali risorsero, sin dai primi tempi dal dominio longobardo, delle comunità libere di carattere forse più morale e religioso che di tipo economico- sociale.

Furono probabilmente queste associazioni rurali, che si sostenevano grazie alla pastorizia praticata in pascoli comuni, a dar vita a quei saccheggi e a quelle violenze cui allude, nel suo Codice, il re Rotari. A queste comunità rurali, peraltro non definibili, corrispondono nelle cittadelle corporazioni portate sull’orlo del tracollo del fiscalismo romano, delle scorrerie barbariche, dalla limitazione di bisogni e dall’istituzione degli ergasterii bizantini: centri industriali che monopolizzavano la produzione abbassando i salari e alzando i prezzi.

Ugualmente monopolistico era il regolamento longobardo dell’industria e del commercio: a quanto pare solo alcuni lavori “ufficiali”, sottoposti per giunta al controllo di un magistrato regio, erano autorizzati a svolgere determinate professioni. Molti di essi erano certamente degli schiavi, altri dei semiliberi (aldi). Continuavano a esistere ciononostante delle associazioni che, secondo l’autore, ricordano per certi aspetti spirituali le corporazioni imperiali e che conservavano un contatto con la romanità attraverso il tenace attaccamento alle consuetudini e alle tecniche romane: non a caso, quando risorgerà in ambiente dotto, l’antico diritto romano, esso troverà un ambiente favorevole in Italia proprio grazie alla persistenza di questo substrato di cultura popolare.

Tra le varie associazioni merita di certo almeno un cenno quella dei “maestri comacini”,  una colleganza di operai edili, originari forse del Comasco, diretti, a quanto pare, da un sovrintendente manager detto magister. Eredi delle tecniche costruttive degli antichi, i Comacini continuavano ad usare tegole della misura standard dei romani, sapevano voltare gli archi e, come i romani, sapevano costruire muri e fornici alleggeriti da vasi. Preziose notizie sulle loro attività tecniche ci sono fornite dal “Memorandum de mercedibus magistrorum comacinorum” mentre da un altro scritto, del 787-816, intitolato le “Composiziones ad tingeva musiva, pelles et alia, ad deaurandum ferrum etc.”, apprendiamo come le tecniche per la tintura di pelli, la fabbricazione di vetri colorati, la tintura di mosaici, l’estrazione e la preparazione di minerali, colori artificiali, pergamene, in uso nell’età longobarda si ricollegassero direttamente alla tradizione greco-romana.

Infine, per quel che riguarda le condizioni di vita della povera gente, dal testo di una donazione sappiamo il menù che una chiesa forniva ai poveri per tre giorni alla settimana: un pane fatto con una scodella di grano, due congi di vino, due congi di companatico, una focaccia di fave e panico condita con grasso animale o con olio! (vedi usi e costumi). 

 

La Testimonianza: INGIUSTIZIA ROMANA, GIUSTIZIA BARBARA

In questa celebre invettiva scritta verso il 440 da Salviano, i costumi dei barbari vengono esaltati in confronto a quelli dei Romani. I Romani appaiono più corrotti e violenti dei loro nemici.

(Salviano, Il governo di Dio,4, 12-13; 5, 4-5)

Volgiamo l’occhio alle turpitudini, alle vergogne, ai delitti del popolo romano e ci renderemo conto se possiamo meritare la protezione divina mentre viviamo in tanta impurità; i poveri sono messi a sacco, le vedove gemono, gli orfani sono oppressi, tanto che molti di essi e neppure nati da oscuri natali e signorilmente educati presso il nemico, per non morire nel tormento di una pubblica persecuzione: cercando invero presso i barbari l’umanità romana, dal momento che presso i Romani non possono sopportare una barbara inumanità. E sebbene differiscano per costume, per lingua, ed anche si sentano respinti per così dire dallo stesso fetore dei corpi e degli abbigliamenti barbarici, da coloro presso i quali si rifugiano, tuttavia preferiscono sopportare tra i barbari la differenza del modo di vivere che n on fra i Romani l’infierire dell’ingiustizia.

Per quanto riguarda i nostri rapporti con i Goti e con i Vandali, in che cosa mai ci possiamo ritenere superiori o soltanto paragonarci con loro? Per cominciare dall’amore e dalla carità quasi tutti i barbari, almeno quelli che appartengono a una stessa stirpe e sono sudditi di uno stesso re, si amano vicendevolmente mentre quasi tutti i Romani si perseguitano tra di loro. Da quest’empia mentalità deriva anche una crudeltà che i barbari ignorano e che per i Romani è invece consueta: quella di opprimersi con l’esazione delle imposte. Ciò che è grave è che molti sono colpiti da pochi individui, per i quali la riscossione delle imposte è diventata oggetto di rapina. In quale città i capi non divorano fino all’ultimo i beni delle vedove e degli orfani e quelli di quasi tutti gli uomini di Chiesa, che vengono considerati come altrettanti orfani e vedove perché non vogliono difendersi? Nessuno di costoro è dunque sicuro e quasi nessuno, all’infuori dei più potenti, si sottrae alla devastazione, al latrocinio e al saccheggio, se non quelli che sono della stessa stoffa dei ladroni. Le cose sono degenerate a tal punto che non si salva se non chi è malvagio.